Mettersi in proprio: la cassetta degli attrezzi

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Le domande da farsi prima di aprire la partita IVA. Nessuna riguarda le tasse.

Da un intervento a R@psodia, rete di donne per conoscere, condividere e crescere assieme · aggiornato a settembre 2026

Quando qualcuno viene da me per «aprire la partita IVA», la prima parte del colloquio non riguarda mai il regime fiscale. Riguarda tre cose che vengono prima, e che se non stanno in piedi rendono irrilevante tutto il resto.

Prima domanda: sei fatta per farlo?

Non è una domanda gentile, ma è la più onesta. Fare impresa richiede due attitudini diverse.

C’è la parte tecnica: conoscere il mestiere, avere le competenze specifiche di quel settore. Questa di solito c’è — è il motivo per cui uno pensa di mettersi in proprio.

E c’è la parte personale: la propensione al rischio, la resistenza allo stress, la capacità di tenere sotto controllo situazioni che si muovono tutte insieme, l’elasticità mentale, la capacità di stare bene con le persone. Qualcuno ha queste marce in più per natura. Ma non è affatto detto che imprenditori non lo si possa diventare: il punto cruciale è la consapevolezza, cioè sapere in quali di queste caselle sei debole, e organizzarti di conseguenza invece che sperare.

Seconda domanda: l’idea è realizzabile?

Non chiedo se è originale. Le iniziative di maggior successo sono spesso proprio quelle più innovative, quindi l’originalità non è un difetto — ma non è nemmeno la prova di niente. Quello che conta è se sta in piedi. Ho visto molte trovate all’apparenza geniali che non hanno mai avuto applicazione pratica.

E c’è un capovolgimento che salva un sacco di persone se lo si fa in tempo: prima di pensare di vendere qualcosa, bisogna sapere che cosa desidera il cliente. Produrre in base alle esigenze di chi compra, non produrre qualcosa — anche di ottima qualità — e poi cercare qualcuno a cui venderla. Sembra ovvio scritto così. Nella pratica, la maggior parte dei progetti che falliscono ha fatto il secondo.

Terza domanda: quanto rischi, esattamente?

Non c’è impresa senza rischio. Il problema non è evitarlo: è conoscerlo e quantificarlo.

Quantificare vuol dire mettere dei numeri su domande semplici e sgradevoli: quanto mi costa stare aperta per un anno anche senza vendere niente; per quanti mesi posso reggere senza incassi; qual è la cosa che, se va storta, mi ferma; quanto mi serve incassare ogni mese solo per pareggiare.

Chi si è fatto queste domande prima non dorme meglio, ma decide meglio. E quando poi le cose si mettono male — capita a tutti — se ne accorge con mesi di anticipo invece che il giorno in cui la banca non paga un fornitore.

Poi c’è la burocrazia, e non è un dettaglio

Superate le tre domande, arriva l’ostacolo che scoraggia più di tutti, perché è noioso e perché è fatto apposta per non essere chiaro. Servono le informazioni giuste su: quali autorizzazioni servono per quella specifica attività — licenze, denunce, visti, nulla osta, concessioni, prese d’atto; in che ordine si chiedono, perché alcune vanno richieste prima di iniziare e altre dopo; quali moduli, e a quali enti.

Questa parte è pura fatica, e la faccio io. È letteralmente il motivo per cui esiste il mio mestiere.

E il regime fiscale?

Viene per ultimo, e viene facile — perché una volta che sai che cosa vendi, a chi, con quali costi e con quale rischio, la scelta del regime si fa quasi da sola. Farla per prima, come chiedono in tanti, significa scegliere un vestito prima di sapere chi lo indosserà.

In due righe

Prima del regime fiscale vengono tre domande: se hai le attitudini oltre alla tecnica, se l’idea è realizzabile e parte da ciò che il cliente vuole, e quanto rischi in numeri. Il regime si sceglie dopo, e a quel punto si sceglie quasi da solo.

Da dove viene

Da un intervento tenuto a R@psodia, giornata dedicata a imprenditrici e libere professioniste. Il testo è stato riscritto e aggiornato.

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